L´uomo che vendeva i giornali all´ingresso della metropolitana era magro e altissimo ma non te ne accorgevi, perche´stava sempre seduto. A dire il vero, se eri di fretta o preoccupato o molto felice, era difficile che ti accorgessi anche del fatto che ne stava li´, sperando di venderti un giornale. Tendenzialmente non ti accorgevi di lui se non ti serviva un giornale in quel preciso momento, situazione piuttosato rara. Di solito, se di giornali eri un lettore, al giornale ci avevi gia´pensato perche´c´era una grande edicola all´incrocio appena prima. Nella maggior parte dei casi, tu non compravi un giornale da anni, quello gratis distribuito da studenti vestiti in catarinfrangete ti bastava, per carita´. (Quel necessario di informazione al giorno per foderarti le pareti del cervello.) Tu non ti accorgevi dell´uomo che vendeva i giornali, qualche volta al massimo la sua immagine ti passava distrattamente davanti agli occhi, ma lui si accorgeva di te e ti osservava, e gli interessavi per davvero.
L´altissimo uomo dei giornali, venditore di giornali all´ingresso della metropolitana per professione, osservatore e appuntatore di dettagli per diletto. (Per diletto?)
L´uomo dei giornali studiava le facce e le camminate e le pieghe dei vestiti. Si ricordava della volta che gli avevi sorriso per sbaglio e di quella in cui avevi intenzionalmente distolto lo sguardo. Sapeva con chi ti incontravi all´angolo e chi salutavi prima di entrare. Se compravi il biglietto oppure no. Se avevi tanti amici o se eri dannatamente solo. Se baciavi sempre la stessa persona, salendo le scale mobili. Se eri freddoloso o caloroso. Se vestivi di giallo perche´ti guardassero o di grigio per scomparire. Se camminavi come le ballerine o con le punte una verso l´altra. Se eri tendenzialmente soddisfatto, o triste senza speranze.
L´antropologia si studia sui libri ed anche agli ingressi della metropolitana. Potresti chiederti perche´. (Un po´come potresti chiederti il perche´di ogni cosa, ma poi non lo fai perche´non troveresti risposte abbastanza soddisfacenti, e penseresti che sarebbe piu´facile lasciarsi morire.)
“Buongiorno Signora.”“No no grazie non voglio niente sai, ne ho di roba da fare, avessi pure il tempo per leggere il giornale.”“Signora..”“Dio che insistenti questi qui eh.”“Signora, e´anche lei inglese?”“Ma guarda un po´questo, a parte il fatto che non sono inglese, ma anche lo fossi non sono proprio fatti tuoi sai.”Mi scusi, suo marito e´inglese e pensavo lo fosse anche lei.”“Ma! Questa e´bella. Cosa ne sai tu di mio marito? E´inglese si´, ma non vedo come la cosa potrebbe essere affar tuo. Ciao eh, buona giornata.Ma guarda un po´che robe!”“Vi vedo sempre tornare assieme verso le cinque e mezza, lui ogni tanto mi compra il giornale, e´un signore gentile e mi ha detto di essere inglese. Non la volevo disturbare comunque, mi scusi tanto.”“Ma sei proprio un bell´impertinente sai! Dovresti pensare alle tue di cose invece che guardarti in giro e cincischiare!”“Invece l´altro amico suo e´di qui vero? Ha proprio un accento di queste parti. Ah…mi perdoni, non la volevo davvero disturbare. Un saluto a suo marito!” “Ma-mamama-ma cos´hai detto? L´altro amico mio? Ma-mama-ma che impertinenti questi!”“Veramente signora, vada vada, mi spiace averla trattenuta.”“Non ho proprio capito cosa dicevi sai, dovresti andare ad una scuola di lingua perché secondo me non ti spieghi tanto bene, poi la gente non ti capisce, non è che puoi vivere in un altro paese pensando che la gente ti debba capire quando parli sbagliato sai!”“Dicevo quel suo amico con cui torna ogni tanto mentre suo marito è al lavoro, quel signore magro che sembra un attore dei film vecchi, sa tipo i film in bianco e nero, in cui gli uomini fumano sempre e..”“Ahhh! Si si, ho capito, l´amministratore condominiale, ogni tanto ci incontriamo sul treno e poi facciamo la strada assieme, abitiamo nello stesso palazzo. Ma guarda te! Vendi i tuoi giornali, impertinente che non sei altro! Fai bene il tuo lavoro come tutti noi facciamo il nostro!”“Mi perdoni, mi perdoni tanto sa. Forse èche nel mio paese le donne baciano solo il proprio marito, non sapevo che qui fosse abitudine baciare anche gli altri, ma mi scusi, mi scusi tanto davvero, sono tradizioni sa, siamo un po´tradizionali dalle mie parti. Mi perdoni ancora!” ”Sta bene? Signora, tutto bene?” ”Vuole che chiami suoi marito?” “Se mi presta un attimo il telefono chiamo suo marito e gli dico di venire subito a prenderla se vuole.” ”Signora?” ”Signora me lo farebbe un favore?”“Dimmi.”“Mi servono cinquemila euro signora.” “Ha ragione, forse è un po´troppo. Quattromila andrebbe bene.” ”Stronzo.”
L´uomo che vendeva i giornali all íngresso della metropolitana non li vende più da un pezzo. Ha raggiunto la sua fidanzata che fa la domestica ad Amburgo, nessuno sa bene di cosa ora. Nessuno si è mai veramente curato di lui, d´altronde. I quattromila euro li ha spesi abbastanza in fretta, non e´mai stato troppo bravo coi soldi.
Al suo posto ora c´è un signore piu´vecchio e cicciottello, la gente non lo interessa e lui non guarda mai nessuno. Ogni tanto si addormenta sullo sgabello.
Mi rendo conto di star abusando dei ringraziamenti ultimamente. Era dai tempi dell’oratorio che non ringraziavo così tanto. Ma così, visto che ci sono:

Grazie internazionale.it, che se possibile sei ancora meglio dell’Internazionale cartaceo. Tantissimi articoli, tantissimi link, tantissime foto. Tu sì che sei avanti! http://www.internazionale.it/
E grazie minimarket di Avesa che mi permetti di fare studi antropologici talmente interessanti mentre frugo tra i tuoi sfornitissimi scaffali alla ricerca di qualcosa che non sia costosissimo. La tua clientela di vecchiette pronte ad uccidere per guadagnare tre minuti alla fila per il prosciutto è un campione di umanità non indifferente. Per non parlare dell’interesse scatenato in me dalle stesse vecchiette mentre si pavoneggiano perchè hanno la casa a Bosco più grande più alta più bella. Chi vincerà? Che piacere quando poi mi tocca aspettare in fila delle ore per il fantomatico prosciutto visto che la vecchietta più agguerrita, quella che ha sconfitto tutte le altre nella lotta per il primo posto, vuole che le sue fette di Parma abbiano uno spessore di 2,38 millimetri. E penso: “E’ bello appartenere a dei luoghi, ma è bellissimo sapere che wow, tra meno di un mese me ne vado per un altro po’!”.

http://www.internazionale.it/opinioni/anna-politkovskaja/
Internazionale.it raccoglie gli articoli scritti da Anna Politkovskaja per il suddetto giornale trail 2002 e il 2006. Il 2006 è l’anno della fine della seconda guerra in Cecenia, iniziata nel 1999 e troppo spesso dimenticata dai media occidentali. Ma il 2006 è anche l’anno in cui Anna viene assassinata nell’ascensore del palazzo in cui vive a Mosca. Il mandante dell’omicido è ad oggi sconosciuto, anche se non è certo fantascienza pensare che si possa trattare di Putin, più volte bersaglio delle critiche della giornalista. Non pare ci sia troppa fretta di fare giustizia, comunque. Anna era sola quando, negli ultimi anni della sua vita, raccontava verità che non piacevano a nessuno. E sola può restare da morta, neppure degna di un po’ di luce su come siano andate le cose quel 7 ottobre 2006 in cui qualcuno le ha sparato.Al suo funerale erano in mille, tantissimi e pochissimi. Pochissimi perché ogni numero sembra poco dignitoso se si tratta di rendere omaggio alla realtà e a chi la racconta così com’è, brutta e cattiva. Pochissimi per chi, per amore della verità, accetta di vivere nel pericolo e nella solitudine. Anna raccontava la guerra in Cecenia, le ingiustizie, i soprusi ai danni della popolazione. Critica, lucida, imparziale, ogni suo pezzo era un atto di fede al giornalismo così come dovrebbe essere, onesto, indipendente, non schierato per comodità.

“Vivere così è orribile. Vorrei un po’ più di comprensione. Ma la cosa più importante è continuare a fare il mio lavoro, raccontare quello che vedo, ricevere ogni giorno in redazione persone che non sanno dove altro andare.”, dice Anna, la penna appena velata di stanchezza. Non ne poteva più ma non si è arresa. L’hanno costretta ad arrendersi, ma non credo l’abbiano sconfitta per davvero, con quel colpo di pistola alla testa. Restano le sue parole, graffi sulla carta, urla nel silenzio.
Internazionale pubblica anche un suo articolo sul migliore amico dell’uomo, http://www.internazionale.it/una-donna-sola/. Che bello quando dice: “Non appartengo alla tribù degli animalisti folli, quelli che amano i cani più degli uomini. Io gli uomini li amo più dei cani. Ma non sono capace di tradire.”.
Anna,ciao, e grazie!
LE DIECI COSE PER CUI VALE LA PENA VIVERE
L’editoriale di Danda Santini sul numero di agosto di Elle Italia è una di quele chicche che solo certi giornali femminili ti sanno regalare. Grazie Elle, tre euro sempre e comunque ben spesi. E grazie Woody, che non ti si ringrazia mai abbastanza.
Ah! E grazie Saviano.
http://www.repubblica.it/politica/2011/03/01/news/le_cose_per_cui_vivere_vale_la_pena-13029846/
“Destroy everything you touch”, ancora più freddo, ancora atmosfere da sogno stramboide.
Evviva i Ladytron che abbassano la temperatura del mio odiato e lento agosto in città.
Giuro e prometto di non scrivere altre lagne simili. L’affezione immotivata per la tediosa Isabella e la sua storia fastidiosamente malinconica mi hanno obbligata ad arrivare fino all’ultima frase. Giuro e prometto a me stessa di non sprecare mai più il mio tempo così inutilmente.

Trieste non sa di mare.
Isabella si era dimenticata di quanto la cosa la meravigliasse, da ragazzina. Trieste è fatta di mare ma non ne porta gli odori. Trieste sa di marmo, di prosciutto cotto caldo, di Est, di Ovest, di aria pulita dal vento. Sa di pesce qualche volta, senza che si tratti mai di un odore ingombrante, come un qualunque altro posto del mondo può sapere di pesce, ogni tanto. Sa di città che il mare lo vede solo d’estate, quando prende le ferie. Isabella continua a non spiegarsela, quella storia della bora che soffia sempre dalle montagne verso giù, portando via l’odore della salsedine dalla sua sostanza. Possibile, logico, razionale, ancora non soddisfacente. Il mare è proprio lì, lei gli cammina di fianco; ma se deciderà di chiudere gli occhi per un attimo, il mare le sarà distante, come le era distante appena qualche ora fa, a Milano.
Ha un trolley mezzo vuoto che però avanza a fatica; una rotellina più pigra delle altre fa attrito sul selciato, ogni centimetro di strada deve parere una conquista che va assaporata per bene, a quella rotellina così restia alle leggi della dinamica. Si era ripromessa di comprare una valigia nuova prima del prossimo viaggio, ma il prossimo viaggio non era ancora mai arrivato. Al suo posto era arrivata la fine dell’università, e con essa la fine di un certo modo di guardare le giornate, una mezza crisi esistenziale, un nuovo peso dato alle cose, un senso di urgenza di far quadrare i tasselli.
Era arrivata la fine del part-time al bar, e con questa la fine di certi modesti ma non irrilevanti introiti economici, quindi l’allontanarsi della prossimità di un viaggio. Era arrivato il lavoro come assistente presso lo studio fotografico. Un lavoro vero, un lavoro da adulta, il concretizzarsi del cosa-vuoi-fare-da-grande. Ma ad un lavoro vero difficilmente corrispondono soldi veri, se hai ventisei anni e dicevi che da grande volevi guardare il mondo attraverso un obiettivo.
Era arrivato anche un appartamento nuovo, perché insieme a Sonia e Francesca aveva deciso che è una questione di coerenza smetterla di vivere con universitari, una volta finita l’università. Avevano trovato un trilocale ammobiliato con disattenzione, la porta di ingresso non si chiudeva bene e se c’era corrente non stava chiusa per niente, il lavandino della cucina perdeva, la lavatrice era una primadonna lunatica che funzionava di rado. L’appartamento era vistosamente più brutto di quello che da universitarie avevano diviso con altri due ragazzi. Tutte e tre lo avevano pensato ma nessuna aveva avuto il coraggio di dirlo ad alta voce. Avevano tinteggiato le pareti, portato i loro libri, appeso alcuni dei lavori di Sonia, riempito gli angoli di candele. Avevano riversato in quelle poche stanze una cura che faceva tenerezza. Isabella, Sonia e Francesca sanno che quella è casa, che lì chiacchiereranno sul divano la sera fintanto che una di loro non troverà un lavoro in un’altra città, o l’amore, o una qualunque ragione sufficientemente buona per mettere tutto in uno scatolone e ricominciare da capo.
Luca non era arrivato con la fine dell’università, c’era già da prima. Era stato un continuum ovvio, scontato, a cui Isabella non aveva dedicato troppi pensieri. Nel rivoluzionare tutto c’è bisogno di una variabile fissa, per non finire a testa in giù.
Per ultima era arrivata la telefonata della mamma, che diceva che la nonna era morta. Che il funerale era stato due giorni prima, che non l’aveva avvisata per evitarle l’inutile sofferenza dei rituali, che si scusava per questo nonostante ritenesse di aver fatto la cosa giusta. Che c’era bisogno che qualcuno andasse a Trieste per occuparsi della casa. Che lei non ce la faceva proprio, e che comunque non ne avrebbe avuto il tempo.
Isabella attraversa la strada, volta le spalle al mare. I palazzi di Trieste sussurrano di un passato intenso, complicato, poliforme. Essere città di confine è una cosa impegnativa, ti lacera, prova a spezzettarti, ti rende forte. La storia non ti scorre addosso delicata, non ti permette di esserle indifferente. La storia, in una città di confine, conficca le sue unghie nei muri, alita nelle strade, erode le superfici. Trieste sa di un passato vissuto intensamente, a volte dolorosamente. Come tutti i posti che hanno smesso di essere fulcro dei meccanismi, come tutti i posti che erano centro e sono diventati periferia, ora sa anche di malinconia, Trieste. Tanta, pungente. Isabella la sente pulsare tutto d’un tratto. Deve averla portata dentro di sé per tutti questi anni, nascosta in qualche antro del corpo, coperta da altre percezioni, da altri stati d’animo. Una malinconia pervasiva, che fa quasi rabbrividire. Una malinconia che si respira, che fodera le interiora, che entra nelle ossa. Isabella imbocca una via stretta e in salita, e intanto pensa che nulla di ciò che si vive può essere lavato via. I sorrisi, i pianti, le strade, le voci, i panorami. Rimane tutto, uno strato sopra l’altro. E tutto torna fuori, all’occorrenza.
Il portone del palazzo è inutilmente alto, è troppo pesante. Isabella ha sempre fatto fatica a chiuderselo alle spalle senza far rumore, senza farlo sbattere.
Da ragazzina pensava, se ora il portone sbatte entro sera mi succederà qualcosa di brutto; regolarmente il portone sbatteva. Per fortuna non succedeva mai nulla di particolarmente brutto, poi. Aveva giocato a quel gioco silenzioso anche l’ultima volta che era stata lì, vergognandosene. Allora aveva diciotto anni, le gambe magre, un paio di ballerine rosse ai piedi, più sogni che realtà da raccontare. Sua madre Angela aveva quarantacinque anni, le mani curate e perfette, l’alito di caffè, una camminata nervosa fatta di passi piccoli e decisi.
Non è vero che a tutti gli addii corrisponde una tragedia, un’incomprensione insanabile, un segreto indicibile che ha voluto uscir fuori a tutti i costi. Certi addii non hanno una grande dignità. Certi addii sono figli di egoismo e di disattenzione. Non sanno di avere un nome, e se mai dovessero riflettere sul fatto di averne uno, di certo non crederebbero di potersi chiamare addii. Sono gli addii di cui vergognarsi, pensa Isabella salendo le scale. Sono degli arrivederci distratti, come se potesse davvero esserci sempre abbastanza tempo per un arrivederci.
La mamma le aveva fatto avere le chiavi la sera prima, di persona. Era arrivata in stazione a Milano verso le otto, aveva il viso bello e stanco e portava un buffo cappello di lana da liceale che stava al ritmo del suo passo, ondeggiando ogni volta che il piede toccava terra. Isabella si era sforzata di mostrarsi arrabbiata. Lo era per davvero, arrabbiata. Non solo per la storia del funerale. Anche per quella volta che erano state a Trieste assieme, senza preoccuparsi che fosse l’ultima. Perché la mamma si faceva sentire poco e mai quando ce n’era effettivo bisogno. Perché di certo non si faceva vedere mai. Perché se a Milano si era presentata sì e no quattro volte nei due anni precedenti, di certo a Trieste non aveva proprio più messo piede. Perché non capiva per quale assurdo motivo non avessero trascorso gli ultimi sette natali con la nonna invece che al ristorante giapponese con una zia che non era neppure sua zia per davvero. Isabella avrebbe voluto mostrarsi arrabbiata, l’avrebbe voluto moltissimo, ma quel cappello di lana era così spiccatamente fuori luogo che non aveva potuto evitare di scoppiare a ridere. Si erano abbracciate e Isabella si era ricordata che la mamma era nervosa pure negli abbracci. Avevano mangiato del cibo indiano in un posto dall’illuminazione giallognola che colorava tutto quanto di curry. La mamma si era lamentata del dipartimento di slavistica, i fondi erano sempre meno, era diventato frustrante e quasi impossibile insegnare. Pure gli studenti le parevano impoveriti, di qualità più scarsa. Ai tempi in cui era diventata assistente il livello era senza dubbio superiore, forse per via del Muro crollato da poco, di quella Storia che allora non era ancora stata stampata sui libri. Isabella aveva raccontato della mostra che lei e Giacomo stavano organizzando per un’organizzazione culturale rimessa in sesto da poco vicino a Porta Genova. Si era sinceramente stupita del fatto che la mamma non si ricordasse di Giacomo, quel suo compagno del liceo del periodo in cui avevano abitato a Venezia. Era pure capitato che cenassero assieme loro tre, un paio di volte. Non avevano parlato di Luca. Né avevano parlato di Giorgio, quella sorta di radical chic stempiato con cui la mamma condivideva ultimamente le sue solitudini.
Non avevano parlato della nonna.
Angela aveva detto che le sarebbe piaciuto fermarsi a dormire, ma che doveva tornare a Bologna; il giorno dopo sarebbe partita per San Pietroburgo e doveva ancora preparare la valigia. Aveva bisogno di aria fredda sulla faccia e nei polmoni, diceva. Isabella l’aveva accompagnata alla stazione e l’aveva guardata salire sul treno. I tacchi rumorosi sul selciato, il cappello privo di forma.
La serratura scatta a fatica, vecchio difetto di fabbricazione a cui la nonna non si era mai preoccupata di porre rimedio.
L’odore che riempie le stanze è quello di sempre, un misto di cannella, mimosa e caffè di moca. La nonna le aveva trasmesso quell’ossessione per gli odori, per la ricerca di quella minima variazione che li rende indissolubilmente legati a posti e persone. Da lei aveva ereditato la convinzione che non si tratti solo di combinazioni chimiche ma di sensazioni, e di caratteri, e di anime.
Carla era cieca. Lo era diventata verso i quarant’anni a causa di un’incidente che le aveva risparmiato la vita ma le aveva rubato per sempre le immagini dagli occhi. Isabella non conosceva i dettagli della storia, un alone di magia e mistero avvolgeva la cecità della nonna. La nonna aveva un paio di occhi azzurri perfettamente inutili, ma aveva anche una memoria di ferro grazie alla quale custodiva tutto ciò le era scorso davanti prima che arrivasse il buio. Sapeva descrivere con precisione la linea dell’orizzonte che si ha dal molo Audace quando il cielo è terso, la curvatura dei sentieri del Carso, la fisionomia del volto di sua figlia, i vestiti indossati dalle sue sorelle al matrimonio della loro cugina. Per quel che riguardava tutti i fotogrammi di realtà arrivati dopo il buio, Carla aveva imparato a scandagliare con l’olfatto quello che gli occhi le nascondevano. Respirava la pelle, l’imbarazzo che fa sudare, il profumo di una donna sul corpo di un uomo. La nonna spogliava col naso, faceva sentire nudi e privi di difese, sapeva arrivare laddove un paio di occhi vivi e disattenti non ha interesse ad arrivare. Era consapevole del suo potere e sorrideva beffarda quando le si proponeva l’aiuto di una badante. Sarò sempre più brava di te a fare la polvere, diceva alla figlia. E pure Isabella capiva che la nonna, con quel rimando ai lavori domestici, si riferiva al suo saper toccare con sicura delicatezza le forme del mondo.
La mamma e la nonna litigavano sempre, e sempre per sciocchezze. Era il loro singolare modo di connettersi l’una all’altra, probabilmente l’unico che avevano trovato, sicuramente il più sincero. Carla non aveva la bontà indiscriminata di una madre e Angela non aveva l’indulgenza di una figlia. Avevano iniziato la loro convivenza forzata quando la nonna aveva molti progetti per la testa, e tra questi non figurava ancora quello di mettere al mondo una creatura. La mamma doveva essere stata una bambina particolarmente frignona e soffriva di tonsillite cronica. La nonna rispondeva ai suoi pianti minacciandola di buttarla giù dalla finestra. Poi si riappacificavano e la nonna le leggeva il Piccolo Principe. Così avevano imparato ad addomesticarsi a vicenda, passando dalla sopportazione ad una strana forma di amore che prevedeva urla, lune storte, silenzi e abbracci.
Isabella non riusciva a spiegarsi come il rapporto tra le due non fosse cambiato neppure in seguito all’incidente. La mamma raccontava di aver sostituito per un po’ la compassione alle scenate isteriche, e di aver ricevuto in cambio una reazione di disgusto da parte della nonna. La pena altrui, anche se carica di affetto, la schifava. Avrebbe preferito che le si facesse lo sgambetto nel corridoio piuttosto che venir trattata da malata. Così la mamma raccontava le sue disattenzioni, vestendole da cure premurose indirizzate a chi della premura non sapeva cosa farsene.
Isabella entra in salotto e ha come l’impressione che tutto in quella stanza, da otto anni a questa parte, non abbia fatto che aspettarla immobile. Il divano rivestito con il telo a fiori, il pianoforte accanto alla finestra, la poltrona di pelle in un angolo,vicina al comò ricoperto di fotografie. La nonna amava venir fotografata e poi farsi raccontare com’era venuta, e com’era la luce, e come le facce delle persone prese per sbaglio sullo sfondo. Isa, fai una foto a me e a tua madre che avrà sicuramente la fronte aggrottata in questo momento, le aveva chiesto quell’ultima volta che erano state lì tutte e tre assieme. La nonna e la mamma avevano appena discusso per via dello zucchero nel caffè. La nonna voleva quello di canna, la mamma aveva zuccherato sovrappensiero con quello bianco, negando dopo essersene resa conto. La nonna se n’era accorta e si era offesa, non le piaceva essere presa in giro.
Quel giorno Angela indossava un vestito di lana beige con una cintura stretta alta in vita, un golfino nero, degli orecchini coi pendenti azzurri; il gomito sul tavolo, il viso appoggiato al dorso della mano, l’espressione seria, i ricci scomposti. Carla sorrideva e pareva guardare lontano; il viso magro, le braccia conserte, una treccia di capelli bianchi e morbidi sulle spalle, la camicia bianca di seta infilata dentro ai pantaloni di taglio maschile.
Isabella sfiora la fotografia con l’indice. La nonna l’ha posizionata al centro, davanti a tutte le altre. Chissà chi l’avrà aiutata a riconoscerla, ad incorniciarla.
Il suo sguardo si sposta appena a destra; dentro ad una cornice di legno rossa, la nonna abbraccia un uomo dai capelli folti e bianchissimi ed una donna dagli occhi verdi, piccoli, intensi, sottolineati dalle rughe. La nonna e l’altra donna ridono a bocca aperta, l’uomo si sposta il ciuffo con la mano, un sorriso appena accennato.
Isabella non li conosce, ne è sicura. Come ha potuto davvero pensare che tutto si fosse fermato a quell’ultimo saluto frettoloso sulla porta? Sorride facendo bizzarre congetture sugli ultimi otto anni di vita della nonna. La immagina segretamente innamorata dell’uomo dai capelli folti e buona amica della presunta moglie di lui, la donna dagli occhi verdi. O magari amante di lei, mentre lui, innamorato di tutte e due, soffre. O forse sincera amica di entrambi, compagni di chiacchiere intellettuali e sigari fumati tardi la notte. Spero tu abbia avuto un finale da rockstar, nonna, pensa Isabella; spero che non ti siamo mancate troppo perché questo mi farebbe sentire davvero in colpa, ed ormai è tardi per sentirsi in colpa.
Si avvicina al pianoforte, preme più volte lo stesso tasto con delicatezza. La nonna aveva insegnato al conservatorio per tantissimi anni, e dopo la pensione aveva continuato a dare lezioni private a quelli che considerava i suoi allievi migliori. Nelle giornate in cui il tempo non veniva impiegato a litigare sul nulla, la nonna si metteva al pianoforte e lei e la mamma cantavano, stonatissime. Se era primo pomeriggio, aprivano le finestre indipendentemente dalla stagione e facevano più rumore possibile per farsi sentire dai vicini. Passano fin troppo tempo a dormire questi vecchi, qualcuno dovrà pur svegliarli, diceva la nonna.
Sopra al piano c’è una primula rossa dentro ad un vasetto di terracotta. Sembra freschissima, dev’essere stata annaffiata di recente. Isabella nota un foglietto di carta a quadretti che spunta appena da sotto il vaso. Lo sfila dal suo posto e lo apre con circospezione, come facendo qualcosa di proibito. “Non è vero che lo zucchero di canna fa meglio di quello bianco, tu e le tue teorie newage. Stammi bene”, dice la grafia inconfondibile della mamma, inarcata verso sinistra, spessa come un’incisione su un albero.
Isabella se ne ricorda bene: in un paio di occasioni, dopo litigi più violenti del solito, la mamma si era presentata dalla nonna la domenica seguente con un vasetto di fiori in mano.
Cara mamma, così tenera e dolce nel tuo voler fare la dura.
Isabella spalanca i vetri della finestra, una folata di vento quasi rovescia il vasetto di primule. Si sporge dal davanzale, lotta contro le vertigini, respira profondamente, chiude gli occhi.
Trieste, ora, sa di mare.
“White Elephant”, dall’album Gravity the seducer.
I Ladytron sono un gruppo di Liverpool che sa di Eyes Wide Shut, freddo e riservatezza inglese.
Le loro canzoni sono la nota stonata di queste afose giornate feriali di agosto a casa sui libri; con le tapparelle abbassate ovviamente.
Source: youtube.com

“Scrivere non è vivere. E’ forse sopravviversi.” (Blaise Cendrars)
Scrivere,cazzo.
Scrivere dove qualcuno possa leggermi e dire che è meglio se lascio perdere, e che a scrivere non sono proprio capace.Scrivere perchè poche cose al mondo mi danno piacere quanto mettere parole l’una in fila all’altra.Scrivere perchè determinate parole in fila in un determinato ordine sono felicità pura. Scrivere perchè altre parole in un altro determinato ordine sono rabbia o dolore o poesia o silenzio o bellezza o imperfezione (che dell’imperfezione, io , sono una grande fan). Scrivere perchè ci devi almeno provare a fare quello che ti piace, nella vita. Scrivere perchè ognuno ha il suo personale modo per rendere lusso la sopravvivenza, e scrivere è sempre stato il mio.
“National Velvet”, Andy Wahrol, 1963
Lei è Liz Taylor, per sempre bambina a cavallo sullo sfondo bianco del Moma di San Francisco.